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“Cronica. Tomo I” di Matteo Villani

Category: Arts
Duration: 00:10:07
Publish Date: 2022-10-26 11:27:26
Description:

La Cronica, di Matteo e Filippo Villani, in 11 libri, riparte lì dove si era bruscamente arrestata quella del fratello di Matteo, Giovanni, morto nell’epidemia di peste nera del 1348. È dunque la rigorosa narrazione dei fatti contemporanei a Matteo fino all’anno della sua morte, nel 1363, durante la nuova ondata di peste.

Altri 42 capitoli avrebbe poi aggiunto alla cronaca il figlio Filippo. L’opera è pervasa da un profondo pessimismo: Matteo stesso definisce la sua opera:

«Noi avemo detto più volte, che ‘l mondo per lo suo peccato non sa nè può stare in riposo, e le sue travaglie, le quali scrivemo, ne fanno la fede, che si può dire veramente l’opera nostra il libro della tribolazione, e nuove.». (Libro IX, cap. 38)

Naturalmente la Cronica, oltre che testimonianza di fatti, è anche un modo certo per conoscere la cultura ed il pensiero politico del suo principale autore: egli era indubbiamente un appassionato lettore e non solo di testi storici; leggeva Petrarca e Boccaccio e i classici. Per Matteo Villani conoscere la storia passata costituiva un forte insegnamento per assistere i politici nel governo della cosa pubblica. Faceva parte del ceto cittadino guelfo, ostile tanto all’oligarchia urbana, quanto ai ceti inferiori che tentavano la scalata sociale con modi a volte violenti, per lui inaccettabili.

Non è certo il momento in cui egli decise di continuare l’opera del fratello Giovanni: vari accenni fanno supporre che ciò avvenne forse solo dopo il 1356. Infatti le notazioni precedenti a quella data appaiono più scarne e come aggiunte successivamente. Tra il 1356 e il 1358 egli sembra aver riempito gran parte del gap delle cronache tra il 1348 ed il periodo a lui contemporaneo. Dal 1361 finalmente Matteo sembra essere in grado di aggiornare praticamente ‘in diretta’ la sua opera. L’ultima annotazione di sua mano è del 1° luglio 1363, una decina di giorni prima della morte.

La Cronica di Matteo Villani si apre dunque con un resoconto dell’epidemia di peste nera del 1348 – che colpì severamente tutta l’Europa e che è considerata dall’autore una cesura nella storia della città – e si chiude con note sulla peste (chiamata anguinaia) del 1363. È un periodo di forte calo demografico ‒ dal 40 al 60 % della popolazione ‒, di grave instabilità economica anche a causa della diminuzione di mano d’opera, di frequenti guerre e razzie da parte delle compagnie di ventura. Villani non si limita a fornire informazioni su Firenze, che comunque è centrale nell’opera insieme con altre città toscane: altri eventi in Italia (in particolare in Romagna, a Milano, nel Regno di Napoli, in Sicilia) e in Europa (in primo luogo Francia, Inghilterra, Spagna) vengono raccontati.

Pur essendo incentrata sulla cronaca degli eventi spesso luttuosi di un periodo importante e grave della vita di Firenze, la trattazione di essi porta l’autore a fare riflessioni gravi sul valore della vita. La Cronica di Matteo è considerata meno viva e forse anche meno attendibile di quella del fratello – anche se l’editore Ignazio Mautier, attribuisce la colpa di questa analisi alle precedenti edizioni imperfette dell’opera ‒. L’esposizione è spesso confusa tanto che l’autore si obbliga a fare delle ricapitolazioni, inserendo dei flashback, pur sostenendo che la composizione è così voluta per non annoiare il lettore.

La Cronica sembra riflettere il tramonto dei due poteri universali del mondo medievale, impero e papato, senza peraltro indicare sostitutive ipotesi ideologiche, se non, in un generale senso di precarietà, suggerire un generico programma conservatore rivolto essenzialmente alla soluzione dei problemi contingenti, senza una visione del futuro, come invece si ha in Dante.

Nella Cronica sono presenti numerose registrazioni di eventi notevoli legati a fenomeni naturali – apparizioni di comete, catastrofi climatiche o nascite mostruose ‒, rifacendosi così a quanto usava nelle opere degli storici classici.

Quando la penna passa nelle mani di Filippo, la narrazione inizia con la descrizione della morte del padre e l’autore esplicita i motivi che lo spingono a proseguire il suo lavoro. Egli dichiara che il padre

«meritevolmente essere da laudare, in quanto esso con lo stile che a lui fu possibile non sofferse, che perissono le cose occorse nel mondo per lo tempo che scrive degne di memoria, quindi apparecchiando materia a’ piu delicati e alti ingegni di riducere sue ricordanze in più felice e rilevato stile, qui a me Filippo suo figliuolo lasciando il pensiere di seguitare su per infino alla pace fatta con i Pisani, per non lasciare la materia intracisa, e cosi m’ingegnerò di fare la storia di tempo in tempo, con l’altre cose occorse nell’altre parti del mondo le quali a mia notizia perverranno.»

Ecco dunque chiaro l’intento dei Villani, i quali riportando, con il loro stile di cronachisti, gli eventi storici di cui furono testimoni o di cui vennero a conoscenza, preparano la materia per gli storici, che elaboreranno questi ricordi con lo stile che si addice alla Storia. Filippo terminerà il suo lavoro con la pace tra Firenze e Pisa del 1364.

I primi quattro libri dell’opera furono stampati a Firenze nel 1554 dal tipografo Laurens van den Bleeck (Lorenzo Torrentino). L’edizione del 1562 per i tipi dei Giunti (cosiddetta Edizione giuntina), stampata in Venezia, con note di Remigio Nannini, si ferma al libro XI cap. 85; una seconda edizione, per gli stessi stampatori, del 1581, emendata con il riscontro di un manoscritto dell’anno 1378 «scritto come parla l’antica tradizione da Ardingo di Corso de’ Ricci» (cosiddetto codice Ricci), contiene un capitolo in più della precedente. I ventisette capitoli che completano il libro IX e i due ultimi libri X e XI, derivati dal codice Ricci, furono stampati dai Giunti a Firenze nel 1577. Nel 1596 fu fatta una ristampa, che comprende il proseguimento di Filippo (ultimi quarantadue capitoli del libro XI).

Seguirono varie ristampe e nuove edizioni, tra le quali quella del 1825-1826 dalla quale è tratto questo ebook, che, scrive il curatore Ignazio Moutier «potrebbe ragionevolmente chiamarsi un’esatta copia del codice Ricci, se i pochi luoghi che in esso si trovano errati non avessero domandato il soccorso d’altri codici antichi per rettificarne gli errori», fino all’edizione critica del 2007 a cura Giuseppe Porta, promossa dalla Fondazione Pietro Bembo (Parma, Ugo Guanda).


Questo primo Tomo contiene i Libri I (98 capitoli) e II (59 capitoli).

Dopo una premessa al lettore del curatore Ignazio Moutier, l’opera inizia con pagine accorate di descrizione della peste del 1348, che fu seguita da carestia e degrado dei costumi. Al Libro I cap. 8 Villani ricorda la fondazione dello Studio fiorentino – in realtà era attivo a Firenze fin dal 1321, ma nel 1348 era stato insignito con il nome di Studium Generale – per «attrarre gente alla nostra città, e dilatarla in fama e in onore, e dare materia a’ suoi cittadini d’essere scienziati e virtudiosi».

Segue capitolo per capitolo la situazione in vari paesi e contrade: il re d’Ungheria fa uccidere il duca di Durazzo ed entra in Napoli; il re Luigi e la regina Giovanna tornano a Napoli; la guerra degli Ubaldini contro Firenze; lo stato del regno di Francia; i terremoti in Italia nel settembre 1348; l’anno santo del 1350 e come si apprestavano i pellegrini a giungere a Roma per meritare le indulgenze; la Chiesa ordina la riconquista della Romagna che si era ribellata; la morte di re Filippo di Francia; il ritorno del re d’Ungheria e la tregua con re Luigi; le conquiste di Firenze…

Nel Libro II si narra dei dissidi tra Firenze, Milano e altre città italiane; della guerra in mare tra genovesi e veneziani. E ancora: la fuga dell’imperatrice di Costantinopoli a Salonicco; papa Clemente mette pace tra re Luigi e il re d’Ungheria; la comparsa nel 1351 di una cometa in oriente; le condizioni della Sicilia; l’assedio di Costantinopoli da parte dei genovesi; e molto molto altro.

Sinossi a cura di Claudia Pantanetti, Libera Biblioteca PG Terzi APS

Dall’incipit del libro:

Esaminando nell’animo la vostra esortazione, carissimi amici, di mettere opera a scrivere le storie e le novità che a’ nostri tempi avverranno, pensai la mia piccola facultà essere debole a cotanta e tale opera seguire. Ma perocchè la vostra richesta mi rende per debito pronto a ubbidire, e il vostro consiglio aggiugne vigore alla stanca mente; e pensando che per la macchia del peccato la generazione umana tutta è sottoposta alle temporali calamità, e a molta miseria, e a innumerabili mali, i quali avvengono nel mondo per varie maniere, e per diversi e strani movimenti, e tempi; come sono inquietazioni di guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami, occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalità e fame, diluvi, incendi, naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini, ne’ cui tempi avvengono, quasi da ignoranza soppresi, più forte si maravigliano, e meno comprendono il divino giudicio, e poco conoscono il consiglio e ‘l rimedio dell’avversità, se per memoria di simiglianti casi avvenuti ne’ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento: e in quelle che la chiara faccia della prosperità rapporta non sanno usare il debito temperamento; rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza l’uscimento cadevole, e il fine dubbioso delle mortali cose.

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