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La logistica italiana vale 112 miliardi di euro e continua a crescere, anche in un contesto economico meno brillante e con un indice della produzione industriale in calo: è questo il primo dato che emerge dall'Osservatorio Contract Logistics 2025 del Politecnico di Milano guidato da Damiano Frosi, ospite a RadioNext insieme a Michele Palumbo, docente di Operations and Supply Chain alla Cattolica di Milano. A trainare il settore sono soprattutto e-commerce ed export, due motori che dal 2020 hanno ridisegnato priorità, flussi e modelli operativi. Ma la vera notizia non è la crescita in sé: è il cambio di status della logistica, da commodity invisibile a leva strategica. Siamo davvero pronti a considerarla un asset competitivo e non un semplice centro di costo? L'incertezza geopolitica, i conflitti alle porte dell'Europa, i dazi e la volatilità della domanda hanno imposto una riconfigurazione delle supply chain: più scorte, più magazzini, network distributivi ripensati, approvvigionamenti più complessi per un Paese come l'Italia che trasforma più di quanto produca. La globalizzazione, ricordava Michele Palumbo, non è più percepita solo come volano, ma anche come fragilità: dopo il Covid le catene globali sono apparse vulnerabili e si assiste a un ritorno di produzioni e impianti in Europa, con rotte più brevi e maggiore regionalizzazione. Ma c'è un paradosso che manager e imprenditori non possono ignorare: mentre la logistica diventa centrale, mancano le persone. In Italia si stimano 30mila autisti in meno e almeno altrettanti magazzinieri; in Europa il gap supera il milione di lavoratori. È solo un problema di numeri o anche di attrattività? Per anni il settore è stato raccontato attraverso traffico, inquinamento e conflitti sindacali, trascurando innovazione, tecnologia e opportunità di carriera. Oggi però gli autisti lavorano con sistemi di pianificazione evoluti che tengono conto delle preferenze individuali, ricalcolano i percorsi in tempo reale, integrano dati su traffico, meteo e resi; nei magazzini arrivano esoscheletri, soluzioni ergonomiche e strumenti digitali che riducono fatica e stress. L'intelligenza artificiale non si limita a descrivere cosa accade, ma suggerisce e sempre più spesso decide, passando da modelli descrittivi a prescrittivi fino a logiche autonome. Questo toglierà lavoro? Secondo gli ospiti no: lo trasformerà, creando nuovi ruoli e nuove competenze. La domanda allora cambia: le imprese sono pronte a investire in formazione e a comunicare un percorso di crescita credibile? L'ultimo miglio, esploso con l'e-commerce - oltre il 20% degli articoli retail a livello globale viaggia ormai su piattaforme digitali - ha modificato anche la vita degli autisti, con più tratte brevi e la possibilità di rientrare a casa più spesso. Non è forse anche questa una leva di employer branding? Per i decision maker il messaggio è chiaro: la logistica è la spina dorsale di ogni business, un vettore di cambiamento tecnologico e organizzativo. Aprire le aziende al pubblico, raccontare le sfide internazionali, mostrare l'innovazione in atto può colmare il divario tra percezione e realtà. Perché senza logistica non si va da nessuna parte, ma con una logistica evoluta si può andare molto lontano. |