“[…] quod, pro vita hominis nisi hominis vita reddatur, non posse deorum immortalium numen placari arbitrantur […]”
“[…] poiché pensavano che la volontà degli dei immortali non potesse essere placata se non sacrificando una vita umana per una vita umana […]”
[Gaio Giulio Cesare, “De Bello Gallico”, Lib. VI, XVI]
Dopo lo scontro con i guerrieri germanici capitanati dal Berserkir avvenuto alle prime luci del giorno ante die IX Kalendas Martii (21 Febbraio, 9 giorni prima delle Calende di Marzo), i custodes interrogano il guerriero barbaro fatto prigioniero non prima di aver curato ed aiutato chi era rimasto ferito nello scontro, sia tra la carovana dei mercanti che tra i guerrieri di Sigfrid.
Dall’interrogatorio riescono ad apprendere un’unica informazione importante, l’esercito di Naristi si sta radunando e presto obbligheranno tutte le tribù germaniche a migrare verso il limes e l’Impero. Inoltre, dall’osservazione dei cadaveri nemici, scoprono che alcuni di essi portano simboli non riconducibili ai germani, ma ai celti, viene infatti chiaramente riconosciuto un triskelion, simbolo molto usato dai drudi.
Il contubernium decide di proseguire la propria esplorazione del territorio dei Cherusci e seguire a ritroso le tracce lasciata dai guerrieri germanici per vedere dove queste possano condurli. Si separano quindi dai mercanti che tornano indietro, ormai troppo spaventati e timorosi di perdere il loro investimento in schiavi per proseguire in territori inesplorati ed evidentemente non sicuri. Ai mercanti viene anche affidato Harold, il giovane compagno di Sigfrid rimasto ferito nello scontro della mattina.
Seguendo quindi le tracce lasciate dalla banda di guerrieri e il prigioniero lasciato libero, dopo avergli mozzato lingua e mani, raggiungono quello che sembra essere un accampamento germanico. Un centinaio di tende occupano una collinetta in mezzo alla foresta, al centro una grande tenda. Non ci sono vecchi o bambini e poche donne anch’esse armate, confermano ai custodes che si tratti di un accampamento militare.
Gli inviati di Roma stanno discutendo sul da farsi quando, al calare del sole, iniziano a risuonare i tamburi ed una processione di una trentina di persone, guidata da tre figure incappucciate, si allontana dall’accampamento arrivando nei pressi di una radura predisposta per l’occasione. I custodes seguono con il favore del buio il tutto e riconoscono che si sta per compiere un rituale druidico, Calvus, scavando nei suoi ricordi, riesce anche a capire che il rituale serve a richiamare un “Grande Verme”.
Nella radura illuminata dalle torce, un triskelion è stato scavato nel terreno ed ognuna delle tre figure incappucciate occupa il centro di una delle spirali del simbolo celtico. Accanto ad ogni figura, in ginocchio, c’è una giovane ragazza. I tamburi iniziano a far risuonare un ritmo più frenetico mentre una cantilena guidata dalle tre figure incappucciate, ormai certamente riconoscibili come druidi, si innalza dalla folla schierata in cerchio sul limitare della radura.
Le gole delle giovani ragazze, vittime sacrificali, vengono aperte ed il loro sangue raccolto e convogliato dal terreno verso il centro del triskelion dove, in un lampo di luce verdastra appare sbucando dal terreno accompagnato dal fragore di un terremoto un grande verme, un drago celtico.
Ave atque vale!
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