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ChatGPT che interpreta ordini vocali e li trasforma in azioni operative per droni e sistemi d’arma: non è fantascienza. Aziende della difesa come Anduril stanno sperimentando l’uso di modelli linguistici per supportare il comando e controllo, mentre il Dipartimento della Difesa USA aumenta gli investimenti in AI (con piani di spesa miliardari verso il 2026) e anche i grandi player tecnologici tornano a lavorare su contratti militari. Il punto non è “se” l’AI sia già perfetta, ma la direzione: accelerare la kill chain, rendere più rapido e “pulito” il passaggio da identificazione a ingaggio.
Il rischio più subdolo è la disconnessione psicologica: dare un ordine come fosse una procedura amministrativa e ricevere conferma da una voce sintetica abbassa il peso morale della decisione. Qui entra l’automation bias (studiato da Raja Parasuraman e colleghi): la tendenza a fidarsi dei sistemi automatici anche quando dovremmo dubitare. E quando l’AI comprime il ciclo OODA (Observe–Orient–Decide–Act, concetto reso celebre da John Boyd), la velocità diventa un fattore strategico che può chiudere decisioni in secondi, prima che l’intervento umano—anche solo cognitivo—sia possibile.
Poi c’è la proliferazione: tra tecnologie diffuse e approcci “sufficientemente buoni”, l’autonomia letale rischia di democratizzare l’orrore. E quando una catena mista di persone e algoritmi produce un crimine di guerra, la domanda diventa inevitabile: chi risponde? Senza responsabilità chiara e controllo umano significativo, la guerra algoritmica non è progresso: è abdicazione etica.
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