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Trentanove persone persero la vita allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool. Quarant’anni fa, il momento più tragico della storia del calcio cambiò per sempre la nostra percezione e la passione per quella disciplina sportiva. L’evento segnò centinaia di famiglie in tutta Europa (i feriti furono oltre seicento), i giocatori in campo, gli spettatori davanti alla televisione, i giornalisti presenti allo stadio, chiamati a raccontare una vicenda che ancora oggi lascia increduli e impotenti. undefinedEsiste un “prima” e un “dopo” Heysel. Lo sport ha provato a rimuovere quella vicenda (il sito della UEFA dedicato alla Champions’ League non riporta nulla di quel match se non il tabellino con giocatori, marcatori e ammoniti, perfino lo stadio viene chiamato con il nome assegnato in seguito, ovvero “Re Baldovino”), l’arte e la letteratura invece non hanno dimenticato, e ancora oggi si interrogano sulle conseguenze di quell’evento. Per la nostra società civile, per la storia e per tutti noi. undefinedCon Massimo Raffaeli, saggista, critico letterario traduttore del lavoro “Le gradinate dell’Heysel” del saggista e critico belga Pol Vandromme. Alberto Cerruti, decano dei giornalisti sportivi e commentatore del Corriere del Ticino, e il contributo delle Teche RSI, con interviste al calciatore Paolo Rossi, al regista Tullio Emilio Giordana e a Gabriele Albertini, commentatore televisivo della RSI presente alla partita. Tenemmo la Coppa, il sangue era nostroundefined |