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Se all’esploratore cronico di vocabolari venisse voglia di interrogare il Dizionario analogico della lingua italiana Zanichelli circa il lemma utopia, si imbatterebbe nel seguente elenco di caratteristiche a esso associate: “illusorio”, “chimerico”, “che non sta né in cielo né in terra”, “irreale”, “fantastico”, “meraviglioso”, “straordinario” e così via, fino ad arrivare al collegamento ipertestuale con l’aggettivo "impossibile”. In effetti, si è soliti definire “utopistici” quei progetti che poco si appigliano alla concretezza, così come è stata spesso considerata “escapista” quella letteratura di genere in grado di stimolare nei lettori meno avvertiti un forte disinteressamento per la realtà che li circonda, favorendo in questo modo il moltiplicarsi di menti distorte ed estraniate.
Qualora il nostro James Cook della lingua, che balzella da una catena lessicale all’altra con la leggiadria del camoscio e plana sicuro sulle grandi aree semantiche come un condor delle Ande, si desse anche ai sollazzi assicurati dalla lettura di quella fantascienza statunitense che affronta temi utopici e che molto deve ai pulp magazine, si... |