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Description:
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Narrazione di Manuel Cavalieri sul racconto L'immenso di Mirko Alberini.
Ci sono posti che l’occhio non riesce a raggiungere. In questo risiede la bellezza. La vastità dell’immenso è una cosa che ha sempre affascinato tutti e, mentre guardava il mare stendersi fino a congiungersi con il cielo, anche lui si sentiva affascinato dalla grandezza. Voleva sfidarla, ma aveva anche paura. L’ignoto di quel mondo blu nascondeva pericoli mortali e sapeva che un giorno o l’altro li avrebbe affrontati, ma per ora se ne stava lì, sulla riva a guardare il suo possibile futuro. Osservava l’acqua bassa nella quale era immerso e, guardando il fondo sabbioso, vedeva tortuose stradine di sole che l’avrebbero condotto, curva dopo curva, verso un mondo splendidamente terrificante. Era quasi il tramonto, il momento della giornata che preferiva, quando il blu del mare si scagliava contro i colori caldi del cielo e ne prendeva i riflessi. Come un amore. Non esisteva più il mare e il cielo, ma entrambi diventavano un po’ uno e un po’ l’altro. L’acqua catturava i riflessi rossi del sole che andava a scomparire e il cielo diventava sempre più scuro come i luoghi più profondi dell’oceano. Lui era lì ad aspettare che il cielo e il mare si innamorassero anche quel giorno. Si ancorava alla sabbia avvertendo il dolce cullare delle onde che pacifiche sembravano volerlo invitare verso l’immenso e lui, vedendo le onde andare e venire, era indeciso se restare nel suo posticino sicuro oppure viaggiare in un mondo sconosciuto. Il sole era sempre più basso e stava quasi per baciare il mare con l’intensità del fuoco quando qualcosa quel giorno cambiò. Vide il cielo diventare rosso e avvicinarsi sempre di più come un grande disco che copriva la bellezza della volta celeste per intrappolarlo in un mondo di sangue. Era spaventoso. Il suo cuore batteva all’impazzata e provò a fuggire. Sulle prime non riusciva a muoversi, ma poi corse, corse come un folle, ma non c’era niente da fare, il disco rosso era sempre sopra di lui. Iniziarono anche dei rumori striduli come conchiglie strisciate su un tubo di ferro, come un linguaggio sconosciuto di mostri altrettanto ignoti. Spalsh. Il mondo si fece tutto rosso. Era in trappola. Altri stridii. Altro terrore. Provò a fuggire da quella gabbia ma sbatté contro la parete. Tentò di scappare da un’altra parte, ma niente. Non voleva morire così, si ritrovò a pensare, lui avrebbe voluto morire guardando il bacio del sole e del mare. Poi le cose peggiorarono. Ci fu un momento di confusione in cui terra e cielo si mischiarono per un secondo e lui si ritrovò a guardare in alto un quadro circolare in cui campeggiava una nuvola, sotto di sé un po’ di sabbia e un po’ di acqua e, intorno, la gabbia di sangue non era scomparsa. Provò ancora a sbatterci contro, forse voleva romperla, forse sperava che sparisse da un momento all’altro o forse si poteva rovesciare permettendogli di andarsene. Il tempo passava e il cielo si oscurava sempre di più, stava per scendere la notte e lui era ancora lì dentro. Avrebbe passato tutta la vita in quello spazio piccolo e soffocante? Come avrebbe fatto a procurarsi il cibo? Forse sarebbe morto di fame o forse il sole del giorno dopo l'avrebbe letteralmente cotto. Non voleva. Doveva fare ancora molte cose. Voleva ancora vedere l'immenso. Pochi minuti dopo si sentì uno scroscio sbattere sulle pareti di quella strana gabbia. Poi seguito da un altro è un altro poco più forte. La sua prigione traballò e si capovolse ancora. L'acqua uscì e, come un cucciolo che raggiunge la madre dopo essere rimasto indietro, si ricongiunse con il suo genitore che era il mare. Lui riuscì ad uscire e il secchiello rosso, sospinto dalle onde, rotolò per un bel pezzo sulla riva.
Lui lo guardò con odio. Con un po' di timore ma mosso dalla voglia di vendetta si avvicinò a quella prigione che ora appariva così inerme e la pizzicò con le sue chele. Poi si diresse verso l'immenso, verso la grandezza del mare aperto, certo che la vastità non avrebbe fatto più paura dei piccoli spazi. |