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“Migrants go home. Immigrati a casa”. Questo il messaggio dell’azione dimostrativa del gruppo di estrema destra Junge Tat avvenuta sabato a Bellinzona. Un’azione “lampo”, filmata dagli stessi autori e diffusa poi tramite un canale Telegram.E gli autori sono alcuni membri di Junge Tat, un gruppo che si è contraddistinto negli ultimi anni per alcune azioni come quella di sabato a Bellinzona. Un gruppo sotto osservazione da parte dell’Ufficio federale della polizia (Fedpol) e del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC), e i cui membri – o alcuni di loro - hanno già subito condanne per razzismo e antisemitismo, sono più volte stati arrestati, si sono visti confiscare armi detenute illegalmente. Eppure Junge Tat rifiuta chiaramente la definizione di estremisti di destra, definendosi invece nazionalisti, conservatori e patrioti. E dall’azione di sabato non sembrerebbero emergere elementi di carattere penale. Sono quindi finiti i tempi dei neonazisti con il capo rasato e gli stivaloni? Con svastiche e altri simboli chiaramente nazisti e fascisti, tatuati sul corpo? Che organizzavano pestaggi e spedizioni punitive, invadevano il praticello del Grütli urlando “Sieg Heil”? E che legami o rapporti ci sono fra questi “nuovi neonazisti in giacca e cravatta” e i partiti di destra, in modo particolare l’Udc? Quale ruolo hanno internet e i social media per questi gruppi? Ne parliamo a Modem con: Oscar Mazzoleni, politologo dell’Università di Losanna; Paolo Attivissimo, giornalista informatico; e con un’intervista registrata a: Andrea Molle, professore associato di scienze politiche e relazioni internazionali alla Chapman University (Orange, California) e collaboratore di StartInsight (Strategic Analysts and Research Team) di Lugano |